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Passi di interviste con le storie
dimensione normativismo: Spot

entrambe le critiche sono esagerate, moraliste. Ormai la pubblicità fa parte della nostra vita: a che serve metterla in discussione?
(risposte di chi rifiuta il problema; non vuole discutere l’esistente)

Una milanese 37enne, operatrice sociale, interrompe la lettura strillando: "Questo è moralismo!"

Una romana di 31 anni, segretaria d’azienda: "La pubblicità mi piace molto. Ritengo che molti spot siano dei piccoli capolavori".

Una casalinga milanese di 66 anni: "D’altronde è il lavoro del pubblicitario; poveracci, è il loro lavoro!"

Un trentenne del Polesine, guardiano di parcheggi: "Se una cosa non funziona bene viene eliminata; il fatto che la pubblicità continua ad esserci e che diventa sempre più forte significa che è una cosa che funziona e che serve."

Un pensionato 71enne di Palmi (RC), ex autista di autobus urbani: "Oggi si vive di pubblicità; l’andiamo a cercare noi. Abbiamo fiducia solo nei prodotti pubblicizzati. E’ una garanzia. Se non ci fosse, non sapremmo come fare."

Uno studente universitario di 24 anni di Alessandria: "Io adoro la pubblicità, adoro guardare una televendita."

Un ligure di 57 anni, caporeparto alla Fincantieri: "La pubblicità è l’anima del successo. Tanto più che oggi hanno vietato la pubblicità ingannevole, e uno può anche rivalersi in tribunale".

la pubblicità è utile perché informando aumenta, non riduce, le possibilità di scelta; fa scegliere meglio, con più cognizione di causa; rafforza la concorrenza, quindi migliora la qualità dei prodotti
(risposte di chi difende la pubblicità in positivo, sottolineandone i vantaggi)

Un 26enne disoccupato di Ostuni: "La pubblicità aumenta la capacità critica in questo mercato pluralista."

Un geometra palermitano di 36 anni, dipendente da una USL: "La pubblicità, il libero mercato dà vita al progresso. L’economia chiusa, l’appiattimento, il socialismo reale no!"

Un 44enne di Bolzano, elettricista in una rimessa di autobus: "La pubblicità mi fa conoscere un prodotto che il negozio sotto casa non mi presenta."

Una 55enne di Gallarate, che lavora nell’industria tessile del marito: "I prodotti nuovi sono frutti di investimenti in ricerca. La pubblicità è il modo di farli conoscere. Se non vengono pubblicizzati nessuno li conosce e li compra, e la ricerca non va avanti."

Una sarta casalinga di 64 anni della provincia di Benevento: "Con la pubblicità io scelgo. Scelgo perché mi ha colpito il prodotto. Io penso che sia bene perché il prodotto te lo fanno vedere bene. Senza pubblicità non saprei nemmeno che c’è quel prodotto. Invece così lo so, e lo compero. Una cosa pubblicizzata me la compro; se me la vengono ad offrire in casa no, resto diffidente. Ma il prodotto in televisione mi affascina. Lo seguo, lo compro, lo provo."

Una pensionata ex contabile di Milano, 69 anni: "Se sono solo io che produco una lavatrice, posso chiedere il prezzo che voglio. Se siamo in dieci a farla, allora..."

ormai la gente è abituata alla pubblicità, sa difendersi dai condizionamenti; per questo la pubblicità non può fare danno (risposte di chi difende la pubblicità negando che essa produca danni)

Un 29enne di Zola Predosa (Bologna), programmatore in una ditta di informatica: "La gente può difendersi perché le pubblicità di prodotti in concorrenza si elidono."

Una 26enne di Chiavenna, esperta di problemi ecologici: "Se non ho capacità di giudizio non l’avrei comunque, e mi farei influenzare dal commerciante quando vado a comprarla."

Un impiegato urbinate di 31 anni: "Io parto sempre dal presupposto che la gente sia dotata di capacità di discernimento propria e quindi non credo molto nel potere della pubblicità."

Un pensionato di 49 anni, di un paesino presso Chiavari, ex operaio alla Fincantieri: "Anche se fanno pubblicità, uno non è obbligato a comprare a quelle che vendono."

Una casalinga romana di 65 anni: "La moglie ha perfettamente ragione. Ognuno ha un cervello in testa. La pubblicità mi presenta quello di cui ho bisogno, non me lo impone: se lo voglio comprare lo compro; se no rimane lì."

Un pensionato di 49 anni, di un paesino presso Chiavari, ex operaio alla Fincantieri: "Anche se fanno pubblicità, uno non è obbligato a comprare a quelle che vendono. Puoi prenderne un’altra".

Una romana di 32 anni, operaia in una ditta di pulizie: "Le pubblicità sono ormai tante che si elidono fra loro".

Una fiorentina trentenne, cattolica praticante per tradizione familiare: "Io quando mi faccio abbindolare dalla pubblicità non accuso i pubblicitari ma me stessa per esserci cascata. Il pubblicitario fa il suo mestiere, il mercato funziona così."

qualcuno si lascerà influenzare; ma molti comprano solo le cose di cui hanno davvero bisogno (risposte di chi ammette effetti negativi ma ne minimizza l’impatto)

Un trafficante siracusano di oggetti d’arte, 53 anni: "Anche se induce la casalinga a comprare una marca più cara, la pubblicità non arreca nessun danno alla collettività."

Una milanese di 42 anni, redattrice di una casa editrice: "Non credo che la gente sappia difendersi da tutti i messaggi che le arrivano. Ma uno deve essere libero di farsi abbindolare: non ci si deve fare carico. "

Un’astigiana di 44 anni, segretaria in un’organizzazione sindacale: "Non siamo tutti dei panda. Chi è portato ad essere intruppato si lascerà intruppare anche senza la pubblicità".

Una pensionata 63enne di Bolzano: "Io non mi lascerei influenzare; ma siccome sono commerciante mi torna comodo che ci sia gente che si lascia influenzare."

Un 29enne di Palmi (Reggio Calabria), agente di polizia: "Se un persona è stupida è stupida al di là della pubblicità. Non si può dare la colpa alla pubblicità."

condanno la pubblicità perché fa particolarmente leva sulle persone indifese, come i bambini
(risposte di chi non se la sente di condannare la pubblicità in blocco, e si limita a deplorare i suoi effetti più perniciosi)

Una maestra 59nne di Gorgonzola (Milano): "La pubblicità spinge i più deboli, nel senso di meno pronti criticamente, ad acquistare queste cose inutili."

Un siracusano di 43 anni, impiegato tecnico all’ENEL: "Induce ad un’omologazione le persone che non hanno le idee ben chiare: se si deve mettere blue jeans metteranno tutti blue jeans; se si deve essere con la testa rapata tutti la testa rapata, Nike allora Nike e così via!"

sono d’accordo con la prima critica del marito: tante volte capita di comprare aggeggi che in realtà non servono a niente

Una pensionata di 67 anni del Sulcis (Cagliari), ex agente assicuratore: "La gente compra un’infinità di macchine. Ci sono le macchine ma non il posto dove metterle. E’ una vergogna come sono le città italiane, con le strade piene di macchine."

Un arredatore cagliaritano di 36 anni: "Siamo nati creduloni. La televisione ci manovra. Siamo burattini davanti alla televisione, crediamo a tutto."

Una 26enne di Padova, studentessa universitaria: "La pubblicità crea dei falsi bisogni non tanto in quello che cerca di vendere ma in tutto ciò che la circonda. Si vende un whisky attraverso una pubblicità che mostra un’atmosfera di ricchezza, con gente bellissima e giovanissima. Credo che il danno maggiore sia quello di creare nella gente il bisogno di essere bellissimi, giovanissimi".

condivido entrambe le critiche del marito: la pubblicità crea dei falsi bisogni e riduce la capacità di scelta

Una 53enne di Rho (Milano), ex socia di una ditta di relazioni pubbliche: "La pubblicità è manipolazione degli individui. E’ il motivo per cui sono uscita da quell’ambiente. Compito di un pubblicitario è vendere frigoriferi agli esquimesi. E’ la prima cosa che ti dicono quando entri."

Una milanese di 64 anni, esperta fotografa di mobili per cataloghi per mobilieri: "La pubblicità è solo tanto fumo e niente arrosto; non dà mai informazioni vere sul prodotto. Io che ci sono dentro lo posso dire: sono solo discorsi fatti con le idee e le parole più alla moda, senza alcun rapporto con il prodotto."

Un 69enne di Molinella (bassa bolognese), dirigente di cooperative: "Non c’è nulla che entri nelle case come la televisione. La gente è frutto della televisione."

Una cinquantenne insegnante di chimica di Mola (Bari): "Quando vai in un negozio sai che c’è quello perché l’hai sentito tante di quelle volte e allora compri quello. Di conseguenza ti impigrisci e non fai neanche le prove per vedere se è meglio quello o quell’altro."

Una 59nne romana il cui marito possiede una farmacia: "Molte persone non riescono più a decidere liberamente; lo vedo anche in farmacia, dove la gente arriva a chiedere un medicinale con i termini con cui sono stati reclamizzati. C’era una pubblicità che diceva: ‘con Aspro passa’ e la gente veniva in farmacia e chiedeva: ‘Mi dà un Aspropassa?’"

Un livornese 43enne, funzionario al comune: "Per me la pubblicità è come il fumo negli occhi. E’ uno strumento diabolico del sistema per trasformare i sogni in bisogni."

Un venditore porta a porta di libri ed enciclopedie della Val Chiavenna (Sondrio), di 43 anni : "Io che ci sono dentro lo posso dire. Sono solo discorsi fatti con le idee e le parole più alla moda, senza alcun rapporto con il prodotto."

Un arredatore cagliaritano di 36 anni: "Direi che siamo dei creduloni. Eliminerei la televisione, che ci manovra. Siamo burattini davanti alla televisione, crediamo a tutto: questo mi amareggia, mi fa rabbia, mi fa venire i nervi!"

Un milanese di 35 anni, commesso in una libreria: "La pubblicità ci fa fare quello che vuole lei. Non credo che la gente sia in grado di difendersi"

Un 35enne di Bressanone, commesso in un negozio di articoli di lusso: "Non è affatto vero che le persone abbiano sufficiente spirito critico per distinguere vero e falso in un messaggio pubblicitario".

Una casalinga di 63 anni di Porto Ceresio (Varese), ex sarta e impiegata in un albergo: "L’attrice sostituisce il cervello della massaia. La massaia compera lei, non la lavatrice".

Un milanese di 29 anni, aiuto operatore in riprese televisive pubblicitarie: "Dato che è il mio mestiere, lo posso dire: nessuno sfugge perché è continua, martellante. Non ti salvi".

Un quarantacinquenne di Grizzana (Bologna), tecnico di laboratorio: "La pubblicità non ha lo scopo di informare, ha lo scopo di colpire, di suscitare interesse. Tanto è vero che gli spot non sono quasi mai improntati sulle caratteristiche dell’oggetto, ma si parla d’altro. Si cerca di stimolare la curiosità della gente, di colpirla. Talvolta vengono anche usati strumenti molto subdoli, che non hanno niente a che vedere con l’oggetto."

condivido entrambe le critiche, e ne aggiungerei una terza : valorizzando le immagini e le chiacchiere, la pubblicità induce le aziende a trascurare la qualità dei loro prodotti

Una negoziante di 73 anni di Nevale (Macerata): "Io non la compro la roba che costa tanto perché fanno la pubblicità. La paghi un sacco di più, e vale di meno."

Un’operaia metalmeccanica di 48 anni di un paesino in provincia di Napoli: "Un oggetto pubblicizzato costa sempre molto di più. Per questo io compro sempre quelli non pubblicizzati."

Un ragioniere goriziano di 55 anni: "E’ una particolarità dell’industria moderna trascurare volutamente la qualità dei prodotti per ridurne la durata e quindi aumentare lo smercio di oggetti nuovi."

Una maestra siciliana di 56 anni: "Io mi sono imposta di non comprare mai i prodotti pubblicizzati perché valgono meno di quelli che non sono pubblicizzati. ‘Fatt’a fama e cuccate’ — come si dice in dialetto."

Una pugliese ottantenne di Mola (Bari), ex sarta: "Venti anni fa ho comprato dei materassi che sono ancora buoni; ne ho comprati altri oggi ma hanno già il buco in mezzo."

Un pensionato 54enne di Nichelino (Torino), ex addetto alla manutenzione in una grossa azienda: "Ti martellano tanto che pur non volendo ci caschi. E poi inevitabilmente aumenta il prezzo del prodotto: non penso che i pubblicitari lo fanno gratis."

Un tecnico dell’Olivetti di Marano (Venezia), 56enne: "Un’azienda di Bologna che produce colla adesiva per moquettes, per reclamizzarla ha utilizzato come testimonial Anna Falchi. Loro fanno il loro business, i loro fatturati, i loro profitti e hanno trovato un veicolo pubblicitario che sposta tutta l’attenzione, anziché sulla qualità intrinseca del prodotto, su altre cose"

Un settantaduenne di Todi (Perugia), restauratore di mobili, di famiglia anarchica: "Lo considero uno sperpero che poi va sempre a danno del consumatore perché quei soldi devono rientrare alla ditta... Ci viene gabbata la gente; la gioventù ci cresce malsana."

Un gioielliere bolzanese di 32 anni: "A parità di costo, il prodotto pubblicizzato deve essere meno buono, perché i costi della pubblicità da qualche parte devono uscire!"