benvenuti su Paideia

Passi di interviste con le storie
dimensione responsabilità - dipendenza: Dollari

La battuta la dicono anche in Germania

Un’impiegata berlinese di 56 anni: "Quando ho guadagnato i miei primi soldi, 400 marchi, allora mi sono comperata un vestito, e poi lo ho mostrato ai miei genitori, e allora mio padre mi ha proprio detto "Questo è il risultato dei tuoi primi soldi onesti!"

sulla premessa antropologica

Un ferrarese 44enne, tecnologo di processo nell’Enichem: "Gli italiani sono più portati a seguire il figlio, a svezzarlo teneramente. Fino che hanno la possibilità di allungargli qualche cosa gliela danno."

Una maestra elementare di 45 anni di Commessaggio (Mantova): "Il padre italiano non manda il ragazzo verso il proprio futuro; vorrebbe tenerlo sotto la sua protezione. Sicuramente, se può, lo avvantaggia in tutti i modi."

Un pensionato di 74 anni della provincia di Benevento: "Quando ero giovane io le cose andavano così. Adesso c’è un certo benessere e ai giovani si permette tutto: le macchine, la discoteca... Una volta si diceva: ‘amico bello, tu ti devi guadagnare la pagnotta’!"

Una sessantatreenne fiorentina socializzata negli Stati Uniti: "La famiglia italiana è più protettiva, più mammona, tiene sempre le braccia pronte per questi figli."

Una trentanovenne di Iesi, professoressa di lettere: "E’ rarissimo, perché noi dobbiamo essere babbi e mamme fino a 90 anni."

Un teramano di 28 anni, studente universitario di Lettere: "E’ il tipo di famiglia italiana, a differenza delle famiglie europee e nord-europee o americane. Nella famiglia cattolica, patriarcale, si ritarda il più possibile l’uscita dalla famiglia dei propri figli."

Un 44enne di Ferrara, dirigente di un’associazione di volontariato: "Il padre italiano si identifica nei figli crede di prolungare la sua vita nei figli. Vuole che il figlio faccia quello che lui voleva fare per prolungare in un senso storico sbagliato."

Una casalinga di 66 anni di un paesino vicino Ferrara: "Una volta i genitori ci tenevano di più a che i figli cominciassero dall’inizio per far loro capire il significato della vita, del denaro, di tutto. Oggi si è troppo permissivi, si dà troppo, e invece i figli danno in cambio meno di quello che davano una volta."

Una parmigiana di 31 anni, attrice di teatro: "Sicuramente capita molto più raramente in America che in Italia, dove si tende a tenere un ragazzo tra i 20 e i 28 anni sempre sotto la protezione dei genitori."

Un 35enne di Bressanone, commesso in un negozio di articoli di lusso: "Quando ho detto che volevo andare a lavorare mio padre si è opposto dicendo che non aveva difficoltà a mantenermi fino a che non avessi finito gli studi."

Una maestra sessantenne di Trino Vercellese: "I padri italiani sono molto prodighi nei confronti dei figli; è per questo che poi i figli prendono certe strade sbagliate, perché hanno troppi soldi regalati dai genitori dai nonni, dagli zii etc. Mentre invece quando eravamo piccoli noi bisognava veramente guadagnarli, anche la mancia dei genitori andava guadagnata."

Una sarta casalinga di 64 anni della provincia di Benevento: "Ai tempi miei si faceva questo ragionamento; oggi non so. Mio padre lo faceva. Si deve far la gavetta per riuscire bene.

Un trentenne romano che ha messo su una piccola agenzia di animazione nelle scuole materne: "Capita raramente che un genitore vuole che i figli si facciano le ossa partendo dalla gavetta: in Italia c’è la tendenza a tenere i figli in casa finché non hanno i primi capelli bianchi, probabilmente perché la generazione dei nostri genitori è quella uscita dalla guerra, ha sofferto molto l’indigenza, e vede con terrore il fatto che i figli possano sostenere sacrifici che attualmente si possono evitare di sostenere"

________

da dirigente
(risposte che dichiarano apertamente un atteggiamento protettivo)

Un parrucchiere 46enne di Minerbio (Bologna): "Che cominci dalla gavetta è una cattiva idea. Se il padre ha un’azienda è giusto che il figlio si responsabilizzi. Io sto facendo questo con le due aziende che ho creato e che i miei figli gestiscono e portano avanti."

Una 30enne di Scandiano (Reggio Em.), pretore: "Se mai diverrò madre, farò in modo che mio figlio abbia tutti gli agi possibili e immaginabili, tutti gli strumenti economici e culturali per realizzarsi."

Un 33enne di Correggio, titolare di un pastificio: "Il figlio è sempre il figlio, quindi è chiaro che meno gavetta fa, meno sacrifici, meno sforzi, meno pericoli incontra..."

Una 28enne di Savona, studentessa in Scienze Agrarie: "In Italia si lavora perché i figli abbiano una posizione migliore. Io, a mio figlio, gliela darei."

Un edicolante genovese di 33 anni, ex operaio: "Mio figlio deve stare bene, cavolo! Non lo mando allo sbaraglio."

Una 50enne di Ascoli Satriano (Foggia), impiegata al Ministero delle Finanze: "Io ho subito la fase del farsi le ossa e, nonostante molti dicano che fa bene, ne subisco ancora le conseguenze e non ne sono molto contenta."

come chiunque altro a parità di titolo di studio
(risposte che giustificano un atteggiamento protettivo con motivazioni razionali)

Un geometra palermitano di 36 anni, dipendente da una USL: "Tanto poi le ossa se le farà sempre da solo, nel momento in cui non ci sarò più; è inevitabile..."

Una psicologa aziendale 27enne di Omegna (Verbania): "Mio padre, che è di origine meridionale, è dell’idea che i suoi figli non debbano fare lavori inadeguati ai loro studi. Io sarei d’accordo."

Un perugino 31enne, procuratore di una compagnia di assicurazioni: "Per me una famiglia è anche comunione; lo terrei in famiglia e gli darei un posto adeguato ai suoi studi."

Un massese di 39 anni, consulente di organizzazione aziendale: "Si vedono delle situazioni assurde, in cui gente ricchissima fa fare dei lavori umilissimi ai figli."

Una psicologa aziendale 27enne di Omegna (Verbania): "Mio padre, che è di origine meridionale, è dell’idea che i suoi figli non debbano fare lavori umili, e abbiano subito un lavoro prestigioso. Io sarei d’accordo: non gli farei fare un lavoro inadeguato ai suoi studi."

gli farei fare rapidamente tutte le esperienze necessarie ad essere un buon dirigente
(risposte che danno un’adesione di facciata all’idea della gavetta)

Un piccolo imprenditore 50enne di Palmi (Reggio Calabria): "Lo inserirei nella fabbrica senza nessuna agevolazione. Capire il lavoro degli operai è molto importante per chi deve dirigere, ma se gli do agevolazioni gli posso creare problemi con gli operai."

cominciare dalla gavetta è più formativo e dà più soddisfazione
(risposte che accettano l’idea della gavetta ma non quella di farsi le ossa fuori dalla protezione familiare)

Una friulana di 63anni, imprenditrice ex contadina: "Lo assumerei, ma prima dovrebbe mettere la tuta. Anche in macchina si parte in prima; se si parte in quarta, la macchina soffre."

Una casalinga del Lido di Venezia di 49 anni, ex telefonista d’albergo: "Mio figlio sta cominciando gradatamente. Lavora in albergo, anche lui come mio marito, sta cominciando dalla gavetta; impara e poi...."

Una casalinga milanese di 57 anni: "La gente che ha delle grosse imprese probabilmente capisce che se il figlio non sa battere a macchina nell’ufficetto non potrà guidare bene l’impresa un domani."

Un 37enne di Siderno Marina (Calabria) che lavora di una cooperativa di inserimento di handicappati: "Io gli avrei fatto fare l’operaio mentre studiava. Anzi si dovrebbe farlo con tutti i dirigenti: fargli fare un annetto da operai."

Un settantunenne viareggino, ex geometra: "Mio padre mi ha fatto attaccare i francobolli, perché se non impari prima a fare i lavori più umili non sai comandare. Ti accorgi di quanto il lavoro è pesante. Una persona si fa uomo quando comincia a incontrare delle difficoltà, perché se si spiana troppo la strada ai figlioli poi è difficile... Per essere un buon capitano bisogna cominciare a fare il mozzo."

Una sessantenne romana, ex avvocato, ex insegnante: "Se io fossi un industriale certo non darei a mio figlio, anche se laureato a pieni voti, la direzione della mia impresa ma lo farei cominciare dal basso anche se il ragazzo sa che l’azienda sarà sua."

Un milanese di 83 anni, ex dirigente di azienda: "E’ bene cominciare anche con lavori umili, modesti, per iniziare a farsi le ossa col lavoro subordinato: subire le imposizioni, la maleducazione di certa gente."

Un 44enne di Bolzano, elettricista in una rimessa di autobus: "Nella mia esperienza ho cominciato dalla gavetta e non mi è successo nulla di male. Sono sopravvissuto e mi ha rafforzato. Quando si sta nella bambagia non si è stimolati."

Un 29enne di Latina, titolare di una pizzeria: "Se uno crea un’impresa dal nulla viene rispettato dagli operai. Ma se uno entra da dirigente senza conoscere nulla e nessuno, viene considerato un figlio di papà e nemmeno lui si sentirà a suo agio."

Una 25enne udinese, impiegata in un’agenzia commerciale: "Farei come dice lo zio; così impara cosa significa il lavoro anche a livello fisico, e impara anche ad aver rispetto degli operai, che non avranno la sua istruzione ma sono onesti lavoratori."

Un pensionato di 49 anni, di un paesino presso Chiavari, ex operaio alla Fincantieri: "Anche Giovannino Agnelli i primi 6 mesi li passò come operaio. Nella Fincantieri i dirigenti che avevano cominciato da operaio erano molto meglio. Quelli che entravano come dirigenti ci mettevano anni a capire l’ambiente."

Un ragusano di 26 anni, che dirige un reparto di salumeria in un supermercato: "Mio padre lavora in banca, ma io ho cominciato da ragazzo a fare il garzone salumiere e ho dovuto smettere gli studi perché non ce la facevo. Ma ora sono contento perché conosco a fondo la psicologia dei dipendenti."

preferirei che si facesse valere fuori dalla protezione familiare

Un’astigiana 34enne, segretaria in un’associazione di volontariato: "È una battaglia che io faccio quotidianamente coi genitori dei miei scout dicendo loro che devono dar loro delle responsabilità. Se credi di proteggere sempre il figlio nel momento in cui sarà per la prima volta da solo sarà più debole e non saprà come cavarsela."

Un impiegato di banca teramano di 52 anni: "Il mammifero uomo è l’unico che si tiene i figli attaccati anche quando sono svezzati."

Un’impiegata comunale 52enne di Cernusco sul Naviglio (Milano), vedova di un imprenditore: "Preferirei che si cercasse da solo la ditta. Così sarà sicuro che tutto quello che ha imparato e fatto lo ha imparato e fatto da sé."

Una laureata in legge 30 enne di Cècina, disoccupata: "Ho avuto dei genitori che quando ho voluto lavorare mi hanno sempre scoraggiato. Mi sono fatta mantenere da loro fino a questa età. Questo ha avuto conseguenze negative nel senso di autostima. Avendo dei figli cercherei di stimolarli a farsi la loro vita perché questo li cresce prima come persone."

Un ventisettenne di Lodi Vecchia, appena laureato in ingegneria, militare di leva e disoccupato: "Tanto prima o poi c’è l’impatto col mondo esterno. Prima arriva meglio è."

Un magazziniere fiorentino 25enne, simpatizzante di destra: "Non tanto per aiutarlo a farsi le ossa; ma per stabilire un legame con un’altra azienda, che può venire comodo."

Un’insegnante pugliese di 50 anni: "Preferirei che si faccia le ossa da solo, anzi glielo ho pure detto: vattene il più presto possibile e il più lontano possibile dalla famiglia. E’ l’unico modo per salvarti!"

Una 55enne di Gallarate, che ha lavorato nell’industria tessile del marito: "Nella sua azienda verrà sempre visto con un occhio di riguardo. Non è una buona cosa: fuori impara molto di più."

Un’impiegata berlinese di 56 anni: "Rifiuto totalmente l’opinione della madre. Io ritengo assolutamente buono, raccogliere altre esperienze.... E ritengo assolutamente un bene, imparare come stare in piedi senza alcun aiuto."

Un musicista berlinese di 30 anni: "Credo che per lui sia meglio prima andare via, e trovare nuovi stimoli da qualche altra parte; se tu impari solo il tuo lavoro nella tua azienda, non puoi portare niente di nuovo. E invece andando fuori puoi portare novità e nuove informazioni per il tuo lavoro... lavorare nell’azienda di famiglia lo può fare anche dopo."